il vostro nuovo
riflesso umorale
2002 — 2008  ·  appunti di viaggio

Appunti di viaggio. Dal 2001 al 2008.

› Perché
Aprile — Maggio
India
2003
I — L'Arrivo
Milano

Dunque ora è il diciassette aprile, partenza ore 6.55. Vado a terminare le valige, poi mi taglierò i capelli a zero.

Pahar Ganj, Delhi

Mai visto niente di simile in tutta la mia vita. V. non ha dormito niente durante il viaggio. Ha letto libri, mappe, guide e si è preparata a vedere l'India. Io invece ho dormito, ero stanco ed avevo riposato poco la notte prima. E poi volevo farmi travolgere, dall'India, ecco, non volevo essere troppo preparato.

Sono arrivato ieri notte, il mio primo ostello è stato un YMCA. (spazio per fare il gesto con le braccia). Durante il tragitto dall'aeroporto non ho visto niente, e poi sono crollato a letto. Ma stamattina, stamattina mi sono ritrovato in un altro mondo.

Mi ci sono ritrovato un po' irrigidito, ecco. La notte non è passata troppo bene, dal momento che il condizionatore pareva una motosega e che di fianco all'orecchio, per terra, avevo un aggeggio strano, una specie di caricabatterie da automobili il cui scopo, a mio avviso, era quello di mantenere stabile la corrente elettrica dal momento che ci sono blackout ogni venti minuti. Ebbene questo pezzo di metallo però ogni tanto scattava con una scintilla bianca e questo mi ha turbato un poco il sonno.

Ma il vero motivo della mia rigidità stava nel seguire fino in fondo la Regola Numero Uno di chi va in India per la prima volta, ossia fare finta che non sia la prima volta. Quindi mentire, mentire, mentire, ad ogni domanda. Se si sparge la voce, sei fregato.

Volevo venire in India per l'umanità varia, ebbene l'umanità varia qui comunque non è definita: l'umanità varia si fonde con la fauna, si fonde con i motori, il ferro, le insegne e la puzza. Al di fuori degli uomini, tutto il resto pare comunque umano, gode di una sua identità.

Girare per le strade con il motorickshaw (a Rimini si dice riscio') è come entrare nel trenino del terrore al luna park, cose che spuntano da tutte le parti. Mucche stupende che camminano per la strada, e quando si dice per la strada, si dice proprio per la strada, in mezzo, contromano, perché loro, come del resto gli indiani umani veri, le regole non le conoscono.

Entro nel Main Bazar, lì c'è il mio hotel (se così si può definire) per stanotte. Ed in quel momento penso che io non ho mai visto niente di simile nella mia vita. Sono in un sogno. Un istante penso che vorrei tornarmene a casa, ora, dalla mia famiglia e dai miei amici, poi subito dopo tutto si placa e penso che vorrei stare qui per sempre. È stressante stare dietro a queste sensazioni. Ma penso sarà così per tutto il viaggio.

Esco dall'albergo dopo avere lasciato i bagagli ed essermi messo i sandali — avevo deciso di non usarli inizialmente, c'è di tutto per la strada, ma poi ci ho ripensato perché fa troppo caldo. Mentre entro nei vicoli un tipo col turbante mi incrocia ed afferma che io vengo dall'YMCA. Ora, il YMCA era dall'altra parte della città. Come fa il tipo col turbante a sapere che ho dormito là ieri notte?

Delhi

Questa mattina, il primo giorno in India, compro il The Times of India, costo 1.5 rupie, ossia 60 lire — non ho ancora capito se è perché lo leggono tutti o perché non lo legge nessuno — che apre con un titolo che ho letto ridendo, se non altro per il tempismo del fatto. "It's official: SARS is here" e sotto, una specie di editoriale che inizia con una domanda che a quanto pare ricorreva: "e tutti si chiedevano soltanto: quando?"

When? Oggi. Giusto per il mio arrivo. Non bastava il terrorismo psicologico dei media europei, adesso ci si mette anche il The Times of India, a parlare della "polmonite killer". Penso che, in mezzo alla polvere di questa città, anche questo bizzarro coronavirus non avrà comunque vita facile — o magari invece si propagherà tra il miliardo e più di indiani alla velocità della luce.

Delhi

Un topo nero un po' bagnato è morto davanti ai miei occhi, molto probabilmente di vecchiaia.

La buona notizia è che in India i cessi non puzzano. O meglio, non c'è più puzza della puzza che c'è fuori dal cesso, quindi in fondo in fondo qualcosa si guadagna.

In questo momento mi trovo ancora a Pahar Ganji, dove sta il mio albergo, nell'area del Main Bazar. Non riesco ancora ad andarmene di qui per vedere il resto della città, perché questo posto m'inchioda. È sporco, puzzolente, caotico, sgradevole, eppure non riesco ad andarmene.

Ho pensato a cosa c'è di più simile a tutto questo nel paese in cui vivo e nei suoi standard, ed ho pensato che l'unica cosa che vagamente ricorda questo posto è il viaggio in metropolitana a Milano la mattina presto quando fa caldo. Oppure forse la nebbia di novembre in via Emilia. Robe così.

Ieri sera sono stato a cena in un ristorante lungo il Main Bazar, un posto dove, quando la clientela ha cominciato ad uscire, hanno tolto il cd di musica indiana ed hanno messo quello dei Pink Floyd. È stato un momento di grande straniamento, anche perché in quel momento stavo mangiando un piatto che aveva lo stesso colore della parete.

Delhi

Oggi è Pasqua di Resurrezione.

Si capiva che era domenica perché ogni tanto trovavo uno specchio appeso ad un albero sotto le foglie, con di fianco una pila di mattoni e sopra una ciotola di sapone. Il barbiere all'aria aperta.

Oggi ho conosciuto Sean e siamo stati in giro insieme tutto il giorno. Sean ha lasciato gli USA nel '96, da allora è stato in giro in tanti paesi, mantenendosi con lavori saltuari. È stata la miglior giornata finora.

Continuo a non riuscire ad andarmene da questo posto. Cioè, ammetto di avere conosciuto pochi altri luoghi malsani in maniera così evidente. Penso che al mondo ci siano tanti posti dove fa male stare, ma che non lo si capisce, non si vede. Qui no. Qui si vede bene che fa male, è palese. Si sente in gola, negli occhi, nel naso, se ne parla.

V. dice che è pericoloso. Secondo lei con tutti quegli animali, maiali, capre, cani, asini e cavalli per la strada, e naturalmente le mucche, tutto ciò che camminano sopra ci finisce anche sotto le nostre scarpe. Eppure, proprio non ce la faccio. Glielo chiedo, a V., tutte le sere: ancora un giorno, dai.

Pahar Ganj, Delhi

Ho mentito a me stesso e a V. Stamattina ho comprato il biglietto del treno. Lascerò Delhi, e soprattutto la mia strada.

Ciao, io sono Vinod e dormo sopra questo rickshaw. Normalmente parcheggio qui, di fianco alla bottega del barbiere e un po' nascosto da questa vecchia tela cerata. Faccio il rikshaw-wallah di giorno, di notte mi riposo qui sopra.

Pahar Ganj, Delhi

Ripensandoci, ciò che più mi è mancato in questi tre giorni di spostamenti e malattia, è stato un luogo dove scrivere. Per scrivere ho bisogno di mettere i piedi su qualcosa, possibilmente un tavolo.

Sono stato coricato sopra un letto per due giorni e tre notti. La pala del ventilatore sul soffitto ogni tanto si fermava per il blackout di corrente, e nel caldo umido della stanza mi svegliavo sudato. Queste le regole del gioco.

Oggi sono tornato alla stazione per comprare il biglietto; questa sera parto in treno verso il nord, prima tappa Rishikesh.

L'India per me è un palcoscenico lungo come le sue strade. L'India è fatta di comparse che svolgono un'azione completa, non parziale, nel momento che le vedi. Non per te, s'intende. Semplicemente la loro azione è intera, è finita, è un racconto che si chiude, e tu ci passi in mezzo.

Sean è un grande compagno di viaggio, siamo stati spesso insieme in questi giorni. Siamo arrivati negli stessi giorni e quindi soffriamo e viviamo gli stessi shock, e poi Sean ha una qualità fondamentale: sa stare in silenzio.

Lunedì io e Sean ci siamo dati appuntamento per entrare a Old Delhi, passando per il Sadar Bazar. Sapevamo che era il luogo più intenso della città, e ci siamo preparati. Io sono vestito con i pantaloni lunghi, i sandali ai piedi, e un paio di occhiali inevitabilmente appariscenti ma comodi.

Lungo le strade ci sono tante botteghe, una accanto all'altra. Le botteghe sono larghe non più di due metri e mezzo, buie, a volte con un lume acceso. In ogni bottega c'è qualcosa da vendere, dentro o davanti. Gli esercenti siedono sul bancone con le gambe incrociate, guardano fuori, aspettano. Nella bottega accanto alla bottega accanto alla bottega accanto, senza fine visibile.

Ad ogni bivio non sappiamo dove andare, è chiaro che vogliamo andare ancora più dentro, vogliamo essere ancora più immersi, quindi la nostra unica regola è quella di scegliere sempre la strada più stretta. Non abbiamo mai avuto paura lì dentro, neanche per un istante, neanche a pensare che sotto la cintura dei pantaloni sia io che Sean portavamo una quantità di soldi che avrebbe mandato a posto l'economia di questo vicolo per qualche mese.

II — Verso Nord
Lakshman Juhla, Rishikesh

Le stazioni qui sono sempre luogo di sensazioni estreme, la somma di tutto ciò che è stato prima della partenza oppure il preludio fulminante di ciò che sarà dopo l'arrivo.

Venerdì sera mi sono mosso da Pahar Ganj. Ho deciso per ora di non andare a Varanasi, ma di dirigermi subito verso Nord. Il mio fisico non sarebbe stato in grado di reggere l'afa di Varanasi. Arrivo alla stazione dei treni di Old Delhi quando ormai comincio davvero a fare fatica a respirare, come se tutto ciò che avessi respirato fino ad ora lo stessi ancora respirando, compressa e concentrata, in questa stazione.

Alle cinque e mezza scendo ad Haridwar. Sono stanco, non ho dormito neanche per un istante, non perché le cuccette non fossero comode — era tutto benissimo — ma perché non riuscivo a smettere di guardare fuori dal finestrino. Trovo subito l'autobus per Rishikesh. Arriviamo a Rishikesh. Un maiale grigio sta frugando nei rifiuti proprio davanti alla fermata.

Arrivo al limite della città, devo scendere perché non si può procedere in veicolo, comincio a camminare e cammino per circa tre quarti d'ora, con lo zaino in spalla, su questo ponte sospeso sul Gange che oscilla leggermente.

Ieri c'è stata una bufera di vento, la porta della mia stanza era chiusa da un catenaccio ma il vento l'ha scardinato e la porta si è spalancata nel mezzo della notte. Poi stamattina ha cominciato finalmente a piovere. La pioggia ha lavato le cose e le ha abbassate a terra: ora il vento non muove più la polvere dappertutto.

Lakshman Juhla, Rishikesh

V. è partita questa mattina per Chandigarh. Questo posto non le è piaciuto dall'inizio, non ha apprezzato la religiosità della gente qui. Dice che tutti fanno finta. Io non lo so, mi sono perso nell'India e devo ancora trovare una bussola.

Chandigarh

Il maiale mi fissa intensamente con le sue due narici, messo di sbieco giusto sotto i gradini dell'autobus. Spostati, devo salire — penso io, in piedi davanti a lui. Il maiale rimane fermo. L'autobus è in partenza.

È mattina presto a Rishikesh, dai templi escono i suoni delle campane e la gente ha già cominciato a lavorare — in particolare a trasportare. Il viaggio per Chandigarh è lento, troppo lento, otto ore per duecento chilometri sopra un autobus locale.

In questi giorni ho scoperto che più o meno lungo il mio tragitto ci sta una città, Chandigarh, che mi pareva una città strana, molto strana, ed è strana infatti: è una città progettata e costruita da Le Corbusier negli anni '50 su commissione del governo indiano, una città modello, simbolo della modernità indiana. Ora, ci ho pensato in questi giorni, eppure l'idea di una città progettata e costruita da Le Corbusier in mezzo alle torride pianure del nord dell'India mi ha incuriosito. E ci sono andato.

Innanzitutto, appena prima di entrare, c'è scritto Chandigarh. C'è un cartello, non troppo grande, ma neanche piccolo, e sopra questo cartello c'è scritto — questo lo giuro — "Welcome to the city beautiful".

Shimla

Se continuo a giudicare ciò che vedo utilizzando come termine di paragone ciò che ho già visto, dentro e fuori dell'India, allora il posto dove mi trovo adesso è molto probabilmente la cosa più strana che abbia mai visto in vita mia.

Sono arrivato ieri sera, dopo un viaggio su un trenino che correva su binari a scartamento molto ridotto — non troppo più largo di quelli dei trenini del luna park — che però riusciva a salire in modo piuttosto efficiente sulle montagne, servendosi di qualche tunnel e di numerose gallerie e ponti.

Questo posto è strano, dicevo. È India, o meglio è tutte le cose con cui io riconoscerò di qui in avanti l'India, eppure è ancora troppo forte l'impronta coloniale britannica. Case basse dipinte di colori pastello, strade strette su e giù per la montagna con ringhiere in ferro battuto.

Prima di tutto, le scimmie. Questo posto è pieno di scimmie, ce ne sono migliaia ovunque, da sole, in gruppi, con e senza piccoli, eppure così stranamente domestiche. E poi quelle persone, quelle cose lente in mezzo al traffico — perché questo posto è incredibilmente ripido, ecco.

McLeod Ganj, Himalaya

La Tata è il più mastodontico conglomerato industriale dell'India. La Tata produce locomotive Tata, bustine di tè Tata, autocarri Tata, orologi Tata, case prefabbricate Tata e ovviamente autobus Tata. Il mio autobus da Shimla a McLeod Ganj è un autobus Tata.

Il viaggio è durato, ancora una volta, troppo, in un certo senso. Undici ore, e parti e fermati, e riparti e rifermati, ed entra nella stazione, e fermati, e riparte. Ad un certo punto la successione di paesi e campagne si è spezzata, qualcosa era cambiato, stavamo salendo e basta, niente più paesi, solo boschi, case sparse, la montagna.

III — Il Nord
McLeod Ganj, Himalaya

Cinque personaggi (in cerca d'autore)

N.1 — Mario ha gli occhi buoni, i capelli lunghi e la pancia. Non parla inglese, soltanto italiano. È venuto in India da solo, quattro mesi, per imparare la meditazione. Ogni giorno va dal maestro, ogni giorno medita. Mario non è in grado di dire se la meditazione funzioni, ma dice che comunque qui si sta bene.

N.2 — Lisa saltella tra gli escrementi dei montoni per evitarli — ha i piedi scalzi — vuole fare una foto. Dietro di lei un gregge, dietro di loro le montagne innevate. Lisa è svizzera, insegna in una scuola tibetana qui da tre anni. Dice che questo è il posto più bello del mondo.

McLeod Ganj, Himalaya

Una volta ho avuto paura. Uscivo dal mio albergo a Delhi per andare a cenare. Il mio albergo sta in fondo a una trasversale senza via d'uscita del Main Bazar, quindi per tornare sulla strada principale bisognava percorrere questo vicolo buio, abbastanza lungo. In fondo al vicolo mi trovo davanti quattro cani che abbaiano forte.

Ora, io ho paura pure di un cocker ai Giardini Margherita di Piacenza di giorno, se comincia ad abbaiare. Qui sono quattro cani tendenzialmente rabbiosi che abbaiano e avanzano. Avanzano. Mi fermo. Non so cosa fare. Non ho neanche un bastone. Penso che non abbia senso morire di cane a Delhi. I cani avanzano ancora. Poi si fermano. Poi tornano indietro. Non lo so ancora perché.

McLeod Ganj, Himalaya

Mi ci sono fermato otto giorni, eppure andarsene da questo posto è veramente dura. V. infatti ci resta e se ne andrà direttamente a Varanasi in treno.

Quest'oggi io e Sean abbiamo camminato in montagna e siamo andati alle cascate qui sopra; quando siamo arrivati faceva un po' caldo, abbiamo cominciato a toglierci i vestiti e siamo entrati nell'acqua gelida. Ci siamo buttati nell'acqua gelida di montagna. I tibetani ci guardavano da fuori e ridevano.

L'ho scoperto tardi, il Sunrise Café, quello dove fanno il "best chai in Asia". L'ho scoperto solo stasera, camminando, anche se ci ero passato davanti mille volte. È un posto sul tetto che guarda le montagne e si affaccia sulla valle, e là fuori si vede buio, e le luci del paese qua e là.

McLeod Ganj è un paese stupendo dell'India, ma la sua vera attrazione per me sono le persone che ci passano. Gente che scappa, gente che si rifugia, gente che non sa dove altro andare, gente che sta cercando qualcosa ma di solito non sa cosa, gente che sa tutto ma non lo dice, gente che non sa niente e lo dice, gente in cammino.

Kut-Chadiara, Himalaya

Il viaggio è metafora della vita, oppure la vita è metafora del viaggio? A quattro persone diverse l'ho chiesto, l'orario di partenza della corriera per questa destinazione, e ho ottenuto quattro orari diversi.

La corriera è più scomoda ed io sono più insofferente del solito, quest'oggi, ed è lenta, troppo lenta. Ogni tanto l'autista si ferma in mezzo al niente, l'autista fuma, l'autista parla, l'autista aspetta. Il viaggio è sempre peggio, sempre più lenta la corriera, sempre più insopportabile l'autista, ora si ferma pure a parlare all'incrocio con le altre corriere.

Ma il viaggio è metafora della vita, e come succede di solito, la salvezza arriva dal cielo. Guardo fuori dal negozio e le nuvole si stanno aprendo. La corriera sale, a destra lo strapiombo, in basso un fiume. Scendo nel posto dove mi era stato detto di scendere. Mi volto a sinistra, non c'è nessuno. Mi volto a destra, c'è un ragazzo.

Ed io lo seguo. È buio completo ormai. C'è silenzio, non c'è niente attorno. Usciamo dalla strada ed entriamo nei campi. Seguiamo un sentiero stretto tra i campi di grano. E arriviamo ad una casa, c'è una veranda che guarda sulla valle, una stanza e la famiglia. È stupendo. Mi danno da mangiare, e mangio. Poi mi danno un letto, e dormo.

Varanasi — Bombay — Piacenza

Ci va a finire proprio di tutto, nel Gange: ceneri, spazzatura, cadaveri, e — accidentalmente — palline da cricket.

Alle tre mi sveglio fradicio di sudore. È saltata la luce, la pala del ventilatore si è fermata. Alle tre e mezza il muezzin della moschea qui dietro comincia. È ancora buio pesto, ma l'aria è bollente, io cammino veloce verso l'appuntamento. Non mi volto da nessuna parte, guardo dritto avanti la strada, sento le cose attorno ma non le vedo.

Varanasi è come l'India, ne è la metafora azzeccata. Varanasi è un infinito caleidoscopio di colori, odori, suoni assordanti, fetori insostenibili, bellezze improvvise, angoli di pace assoluta, vita e morte che convivono a venti centimetri l'una dall'altra, e tutto va avanti.

Agosto 2003 — Giugno 2005
USA
2003 — 2005  ·  appunti di viaggio
Centro del Mondo  ·  New York
Centro del Mondo

Il primo americano con cui ho avuto l'onore di parlare si chiama Andrew Cavanna, il padre è di Bettola e i suoi parenti producono coppe e salami a Groppallo.

Centro del Mondo

Diversamente da ciò che scriveva il Corriere della Sera, l'uragano Isabel probabilmente non causerà "un altro blackout più grande di quello di Agosto". Il prestigioso quotidiano di Via Solferino vede i newyorkesi che "si aspettano il peggio". Effettivamente, questo venticello è fastidioso, fastidioso, fastidioso.

Gli scoiattoli nel campus ed alcuni piccioni, ma non tutti, non potendo leggere l'italiano, si sentono un poco interdetti con tutte le cose che volano attorno. Riguardo agli esseri umani, invece, il sindaco Bloomberg ha fatto un proclama a reti unificate alla cittadinanza tutta, per avvisare di chiudere bene le finestre che, con tutta quest'aria, si rischia di rovinare le tende.

Centro del Mondo

In fondo i personaggi ci sono sempre, basta cercarli. Uno dei miei preferiti qui, forse quello che più ero voglioso di trovarmi di fronte un giorno, è il rivoluzionario zapatista.

Il rivoluzionario zapatista, nel contesto della biblioteca della Business School dove lungo le reti wireless a banda larga svolazzano da un computer all'altro milioni di pulitissimi fogli di calcolo, dove la moquette attutisce il volume delle menti dei dirigenti wannabe, dove nessuno ha troppo tempo di fare due chiacchiere perché time (will be) money — ebbene in questo posto e sopra quella moquette, il rivoluzionario zapatista è un sollievo, uno spettacolo, una certezza incrollabile.

Ed è tutto, siori e siore, tutto secondo i crismi. Brasiliano. Barba lunga, ma non troppo. Ricercatamente trasandato. Ma non troppo. Scarpe di cuoio da buttare. Queste sì. Laptop IBM con nuovo processore Intel. Veloce. Dietro lo schermo del laptop IBM: adesivo giallo fosforescente con stella del Partido dos Trabalhadores. Rossa.

Centro del Mondo

Sala macchine di barca in disuso sul fiume Hudson.

Chicago

Chicago è una piccola New York, solo che si ascolta il blues e si può fumare nei bar.

Centro del Mondo

Questa sera, per la prima volta da quando sono arrivato qui, ho guardato la televisione. È successo a casa di Marty, un americano che indossa giubbotti di pelle ed è un mix in parti uguali di Robert De Niro, Arthur Fonzarelli e Bart Simpson, e con Shirzad, un indiano che somiglia all'attore di un Bollywood-movie.

Ci siamo messi comodi ed abbiamo visto l'ultimo acquisto del padrone di casa, il Video CD de "Il Mago di Oz", il film del 1939 che comincia in bianco e nero e dopo qualche minuto ti spara un grandissimo Technicolor, colori vivaci, oserei dire psichedelici, nell'edizione speciale muta e sincronizzata con The Dark Side of the Moon.

London

Ciò che mi diverte di più fare in questi giorni è prendere un bel banchiere d'investimento, prenderlo duro, puro ed acuto, parlare duro, puro ed acuto, e poi sul finire chiedergli se è felice. E sentirsi sempre rispondere — duro, puro ed acuto — no.

Centro del Mondo

Questa sera ho deciso di concedermi un programma di informazione politica, così sull'aereo mi sono visto Terminator 3. Tre cose mi hanno mandato in visibilio: il fatto che il Terminator cattivo questa volta fosse una bella ragazza, battute autoreferenziali tipo "I lied" e "I am back", e che queste fossero pronunciate con un vago ma indubbio accento austriaco.

I miei vicini di viaggio sono la classica coppia di democrats newyorkesi. Due persone sulla sessantina, lei più alta di lui, che sembrava si volessero molto bene e fossero in viaggio per un'occasione particolare. Hanno insistito parecchio per avere un bicchiere di champagne dalla hostess, ma in fondo l'economy è pur sempre l'economy, eppure alla fine l'hanno ottenuto e brindato. Per un attimo ho pensato che avessero vinto dei soldi in qualche modo. Poi ho dato un'occhiata al libro che lui stava leggendo e sottolineando con precisione adolescenziale: "How to make money with stocks".

Londra è una città brutta, insopportabile e deprimente. Non vedevo l'ora di ritornare qui, non vedevo l'ora di riannusare questi odori e di riascoltare questi suoni, e di rivivere l'elevazione gotica dei grattacieli di notte. Sul taxi verso la città però la mia compagna del settimanale tedesco mi parlava del lavoro di editor, così i miei occhi, per educazione, sono rimasti fermi verso di lei, finché non ce l'hanno più fatta e, giusto prima del tunnel di Midtown, si sono voltati come una molla verso il fiume, e dietro il fiume i palazzi.

Ouagadougou

Sono a cena con il presidente del Burkina Faso completamente ubriaco.

Marzo
Japan
2004  ·  appunti di viaggio
Tokyo  ·  Kyoto
Tokyo

Sul fianco sinistro della tazza sta appesa una console con quattro bottoni, una manopola ed un display luminoso. Appena si sfiora la ciambella l'apparato meccanico-elettronico si mette in funzione, per la gioia dell'utente del water. L'utente dispone di diverse funzioni, illustrate dal simbolo di getti d'acqua, più o meno vaporizzata, sopra simboli di chiappe, più o meno felici. La temperatura e la pressione sono selezionabili dall'utente, ed il tutto comincia con un delizioso rumore elettrico — simile al rumore dei trucchi della DB5 di James Bond — ed una specie di erogatore fuoriesce dalla sua sede.

Nei bagni femminili (*) i diffusori sonori emettono il suono di un delicato scroscio d'acqua. Nei bagni pubblici, dopo essersi lavati le mani, le si inserisce in una fenditoia da cui esce aria ad alta pressione. Ma all'atto dell'inserimento, una luce blu ultravioletta si accende ad illuminare le mani, per eliminare, cautamente, eventuali germi coriacei.

(*) L'esperienza non è stata vissuta in prima persona dal redattore.

Kyoto

In fondo, tutto il mondo è paese. Le notti brave degli adolescenti e degli adolescenti attempati di tutto il mondo in fondo hanno tutte la stessa struttura. Si esce dai club all'alba, ci si ferma un po' lì davanti, qualcuno urla, qualcuno ride, qualcuno canta. Poi nella peggiore delle ipotesi, si va a mangiare. Gruppi di amici che entrano mentre altri gruppi di amici escono. A volte sono ristoranti, a volte bar, a volte panifici. A volte brioche, a volte pizza, a volte hamburger. Qui a Kyoto, invece, noodle soup.

Tokyo

Ho finalmente coronato il sogno di una vita: dormire in una capsula a Tokyo.

L'hotel è in mezzo ad una specie di quartiere a luci rosse, dove i peep show si confondono tra le migliaia di sale giochi e slot machine. Si entra dal piano terra di un edificio dove non si capisce bene cosa ci sia, anche perché tutte le scritte sono soltanto in giapponese. La hall è rossa e deserta, con alcune fontane poco mantenute ai lati.

Un cartello avvisa che è assolutamente vietata l'entrata ai portatori di tatuaggi ed agli ubriachi. Ringrazio il cielo per essere riuscito, ai tempi, a sedare gli impeti giovanili da tatuaggio.

Mi avvicino alla reception ed una ragazza mi guarda: "You are here for the capsule?". Io le rispondo di sì e lei guarda spaventata le mie scarpe — me le dovevo togliere, ed in effetti mi guardo intorno e sono tutti scalzi.

Mentre pago mi volto, e vedo un tipo completamente nudo con una specie di camicia azzurrina sulle spalle che sta salendo le scale. Con la carta di credito in mano, guardo meglio e noto decine di persone che salgono o scendono le scale, nudi oppure con dei boxer blu, tutti scalzi ed alcuni con un piccolo asciugamano giallo in mano. Sono l'unico occidentale, ma come succede in Giappone nessuno mi presta attenzione.

Il massaggio plantare è ottimo, esaltato dal rumore della russata insostenibile dei due salarymen giusto di fianco. La mia capsula è al terzo piano dell'albergo, lungo un corridoio ai cui lati stanno queste specie di loculi di plastica, che sembrano lavatrici ma che però non dispongono di sportello. La capsula è di colore giallo, un giallo inizi anni ottanta. La capsula è pulitissima, c'è una console di comando con radio, luce, sveglia, una televisione di pollici undici che sbuca fuori dall'alto, un sensore di fumo, una tendina.

Spengo la luce. La mia capsula è al piano terra, così per tutta la notte vedo bene quelli che camminano nel corridoio, gente che arriva e che se ne va ad ogni ora, avanti e indietro. Prima indossavano una giacca e una cravatta, ora hanno i boxer blu, la camicia azzurrina, e camminano tutti scalzi.

Luglio
Brazil
2003  ·  appunti di viaggio
Rio de Janeiro  ·  Belo Horizonte  ·  Salvador da Bahia
Copacabana, Rio de Janeiro

Ieri ho conosciuto Hannes, abbiamo parlato in inglese per una buona mezz'ora e alla fine ci siamo accorti che siamo entrambi italiani. Hannes è un giornalista e fotografo di quarantacinque anni che, grazie alle esperienze di fotografo di guerra, ai continui viaggi in giro per il mondo, ed ai succhi di frutta tropicale che vendono nei baracchini di Rio, dimostra una ventina d'anni di meno. Oggi Hannes mi seguirà nel viaggio verso Belo Horizonte. È chiaro, un giornalista vuole sempre stare sulla notizia.

Belo Horizonte

La prima cosa a colpirmi è stata la casa, il muro di cinta grigio alto tre metri, gli spuntoni in cima, il filo spinato elettrificato, le porte blindate e le sbarre alle finestre. Qui abita Rosetta e qui dormo io.

Il centro Jardim Felicidade è in cima ad una collina in mezzo alla favela urbanizzata di Belo Horizonte, ma in qualche modo non ne fa parte. Il concetto mi ricorda uno di quegli staterelli idioti tipo San Marino — immerso cioè in un'entità più grande ed importante ma in qualche modo parte a sé, con i propri confini e le proprie leggi.

La prima impressione che ho è di un posto dove si sta bene, dove c'è affetto e lo si vede, lo si tocca, lo si annusa. In un posto dove mater semper certa, ma di padri in giro ce n'è uno ogni quindici bambini, e quindi a voler fare due conti il 90% dei bambini non ce l'ha, con tutto quello che a ciò consegue.

Rosetta ha sessanta anni, vive qui da trentasei, ha creato gli asili, l'orfanotrofio, i centri di accoglienza per i meninos da rua. Vent'anni fa ha fatto un giro su un elicottero sopra la favela e poi l'ha ridisegnata sulla fotografia dall'alto, mentre il governo ci voleva passare sopra con le ruspe lei ha allargato i vicoli fetidi e ha fatto le strade e ci ha messo la luce, e quindi la dignità, ma soprattutto ci ha vissuto dentro lei con i favelados, ne ha condiviso la vita e i bisogni fino in fondo, questa è la differenza.

Ieri sera con Rosetta siamo andati a cena a casa della famiglia dell'odontoiatra dell'asilo. C'erano i genitori della ragazza, due persone così incredibilmente somiglianti a loro figlia che erano identiche anche tra di loro; poi tre ragazzi di un gruppo rock brasiliano che hanno cantato a gratis le loro canzoni a cavallo del dolce; poi un ingegnere sulla cinquantina sosia di Luciano Benetton che a un certo punto ha deciso di mollare tutto e fare il pittore; poi il console italiano a Belo Horizonte, che continuava a baciare ed abbracciare Rosetta.

Siamo tornati a casa a tarda notte con la Rosetta che guidava per le strade larghe di Belo Horizonte ed io che barcollavo nel sedile posteriore — non si è fermata ad un semaforo rosso che fosse uno, poi mi hanno spiegato che non ci si ferma mai ai rossi a Belo Horizonte la notte, l'ultima volta che lo ha fatto due settimane fa, Rosetta si è trovata puntata un coltello alla gola.

Belo Horizonte

1) Quando mi ci sono perso guidavo il Volkswagen bianco ed erano le tre di notte, buio tutto attorno e solo quella strada lunga, in mezzo al niente, era illuminata dalla luce gialla. Silenzio per chilometri, nessuna persona, nessuna macchina, nessun cane. Quando l'ho visto a dire il vero lo avevo già intuito, come quando si intuisce una cosa brutta, in fondo lo si capiva da lontano che cos'era. Però non c'era niente attorno, ecco il punto, non un segno, non un oggetto, non una prova, solo quel corpo abbandonato da solo sulla corsia di destra, un braccio aperto e la guancia sull'asfalto.

2) La domenica qui in genere si fa il churrasco. Ci si mette tutti in giardino — tanto qui è sempre primavera — ricchi e poveri, i ricchi con la carne rossa e i poveri col pollo, in ogni modo il tutto infilato in uno spiedino e bruciato sopra una fiamma. Nel frattempo si parla, molto, e soprattutto si balla. Il churrasco comincia verso l'una e, quando va bene, finisce verso le nove di sera.

Salvador da Bahia

Basterebbe un piccolissimo restyling e poi sarebbe assolutamente pronta per le passerelle internazionali, Milano, Parigi, New York. Ed è stata lei, fissandomi dal centro della strada, alzando le braccia al cielo a fare toccare i dorsi delle mani e dando una mossa elettrica a tutto il corpo, ad accogliermi in questa città: "This is Bahia!"

Il quartiere centrale della città è magico, viuzze strette con case coloniali colorate e slarghi funzionali alla logistica del mercato degli schiavi che qui è stato abolito per ultimo nel mondo. Infatti sono tutti negri, negri che cantano, negri che ballano, negre vestite di bianco e colorate coi pizzi, e siamo appena agli inizi.

Cerco un telefono nella piazza dove sono e telefono a Rosa. Dopo due minuti sento un po' di fiato sul collo, mi volto e trovo due ragazzine, nere come la notte, con l'orecchio puntato giusto a dieci centimetri dalla mia nuca. Gli chiedo cosa volessero mai, mi rispondono che volevano sentirmi parlare in italiano, poi mi dicono che sono bellissimo. Non posso non essere d'accordo, quindi cominciamo a parlare. Quella più piccola mi chiede se la voglio sposare. Le rispondo subito, senza illuderla, che ciò non rientra nei miei programmi di breve.

Luglio — Agosto
Russia
2003  ·  appunti di viaggio
Mosca  ·  San Pietroburgo
Mosca

Il primo impatto con il potere della geometria lo si ha subito, appena prima di atterrare all'aeroporto. Strade perfette, linee precise che uniscono due punti, secondo la definizione dei manuali, paesi rettangolari scavati nelle foreste con precisione goniometrica, e il sole dell'avvenire sullo sfondo.

Arriviamo al nostro albergo, giusto sulla piazza rossa, ma le stanze sono troppo da guerra fredda per i nostri gusti, dunque scendiamo per fare un upgrade, e soprattutto per cercare di tradurre in russo upgrade, ed ottenere una stanza più bella e con vista sul Cremlino. Per fare questa operazione però le ragazze bionde della reception non hanno deleghe sufficienti, deve essere il comitato turistico centrale (letterale) a decidere per l'eventuale upgrade, ma il comitato turistico centrale non si riunisce il sabato e neppure si riunisce la domenica, quindi niente stanze nuove e niente vista sul Cremlino.

Mosca

La metropolitana di Mosca è proprio come la volevano quelli che l'hanno costruita, primo tra tutti Giuseppe Stalin: la più bella del mondo. Ed in effetti lo è, senza dubbio, né quella di New York, né quella di Londra, neppure quella di Parigi con le stazioni a tema, neppure quella di Roma che potrebbe spiccare, a suo modo, per la sua totale inutilità e piccolezza — neppure questi tubi riescono ad essere tanto affascinanti quanto gli spazi sotterranei della metrò di Mosca.

Così infatti l'ha voluta Giuseppe, sotterranea che più di così non si può, due piccioni con una fava, metropolitana e rifugio in caso di attacco americano allo stesso tempo. Intuito poi col passare degli anni che a poco sarebbero comunque serviti i suoi cunicoli nel caso di una guerra nucleare, i successori di Stalin avevano preso a costruire le nuove stazioni invece il più in superficie e nel modo più economico possibile.

Le stazioni costruite attorno agli anni '40 sono uno splendido esempio di architettura neoclassica, spazi trionfali di marmo, pietra, bassorilievi e statue di giovani lavoratori, baldanzosi e soprattutto volenterosi, che qui a Mosca stanno in verità un po' dappertutto, appesi ai muri dei palazzi, in cima ai tetti dei monumenti, di fianco alle porte della Duma.

La metropolitana di Mosca è pulitissima, spaziosissima, puntualissima, non passano mai più di due minuti prima che arrivi un treno sopra i binari con il soffitto affrescato e l'illuminazione dei lampadari liberty-comunisti che riflettono la luce sulle volte. Le carrozze sono bellissime, sedili di pelle e lampade ad incandescenza. Solo un poco rumorose, è vero, ma tanto nessuno si deve ascoltare in fondo, perché nessuno parla.

San Pietroburgo

Fotografare San Pietroburgo è un po' come per un fotografo di moda fare una foto alla Casta o a Brad Pitt. Da qualunque parte, con qualsiasi angolazione, con ogni qualità di luce, il soggetto comunque viene sempre bello.

Febbraio
Berlin
2002  ·  appunti di viaggio
Berlino
Berlino

Il cielo sopra Berlino è grigio; un grigio Fassbinderiano, Wendersiano, a voler fare i cinefili, ma grigio rimane. Breve fuga in questa città meravigliosa, mai terminata, mai illuminata per l'inaugurazione, che buia era e rimane, e forse sarà sempre.

Ah, come è bello passeggiare per i marciapiedi sfibrati di Berlino la notte. Ti sembra di vederle ancora, le facce delle persone, quelle della città divisa. Ti sembra di vederle a destra e a sinistra, ad est e ad ovest le facce, io me le sono sempre immaginate tristi. Raccolte in un intimo, uniforme dolore dentro le loro case grigie, quelle ad est, a cercare di dimenticare ciò che sta intorno, ciò che sta al di là. Abbandonate, semplicemente abbandonate, quelle ad ovest, come in una brutta dependance di un bell'albergo.

Berlino è così, per me, tutte le vecchie piastrelle della metropolitana color verde cesso, trasudanti sporco e grasso mal lavato, sono ben più reali dei nuovi cartelli uniformi, uguali a destra ed a sinistra, con il font delle scritte aggiornato ai dettami grafici delle metropolitane europee. I nuovi vagoni, prodotti in Baviera, niente possono di fronte alle vecchie carrozze con improbabili boiserie in legno e sedili multicolore molto anni '70, molto inguardabili, ma belli.

Una cosa veloce, questo business trip a Berlino. Solo il tempo di godersi qualche giro all'est e diverse birre nel bar del centro sociale con annesso negozietto. Alla faccia del negozietto, questi punk tedeschi biondi e stonati hanno raccolto i loro artisti in giro per le strade, hanno messo su un'officina nel cortile occupato e ti producono di quei manufatti d'arte in metallo che poi arrivano quelli bassi, di tedeschi, quelli con la Mercedes, la panza la giacca e la cravatta, entrano e quelli sì, che ce li hanno gli assegni lunghi lunghi per comprare i manufatti d'arte in metallo.

A Berlino ciò che è nuovo, sì, si corrompe; il passato invece rimane fisso, vecchio, buio, grigio.

Febbraio
Newport
2001  ·  Galles
Celtic Manor
Newport, Galles

Mi trovo nel Regno Unito, in particolare a Newport, una ridente cittadina industriale nel Galles dove l'unica cosa da vedere è il sole, quel giorno durante l'anno in cui emerge dal muro delle nuvole, perenni, dense e nere.

Il mio albergo, si chiama Celtic Manor, è un albergo molto particolare. Indubbiamente uno degli hotel più belli che mi sia mai capitato di vedere, sicuramente il più affascinante. È stato ristrutturato da un indigeno che, avendo venduto alla Alcatel la sua fabbrichetta per 5000 (cinquemila) miliardi qualche anno fa, non sapeva veramente cosa diavolo fare dei suoi soldi, e quindi, ossessionato dal golf, ha deciso di ricostruire l'albergo più bello del Galles ed il suo bel green attorno. Avete presente una cattedrale nel deserto? Ecco. Anzi, avete presente l'albergo di Shining? Uguale.

Il posto è enorme. Il posto è enorme, e completamente vuoto. Non c'è nessuno. Mai. La hall è immensa, alta otto piani, vuota. Del ristorante non si vede la fine, qualche commensale in fondo, vuoto. Il bar, e la sala da ballo, beh, quelli fanno persino ridere. Sono quelli dove Jack Nicholson amava sollazzarsi in compagnia del solo barista, in preda ai suoi deliri. Stanze immense, vuote. Corridoi infiniti, dove cammini, davvero, guardando l'orologio quando parti, e guardandolo ancora quando arrivi.

Ieri sera ero molto stanco. Dopo una cena di quelle complete, con tutte le portate, mi sono trasferito al bar, per farmi un bicchiere di porto. Immaginate la scena: io ed il barista al bancone, a parlare del passato eccetera. Attorno a noi, un'orchestrina di due elementi che suonava ottimo jazz, per noi, per me, per lui e soltanto per noi. Stanco e ubriaco me ne vado in stanza, enorme. Sul tardi spengo la luce per addormentarmi.

Nel sonno le pago tutte, insomma non sto bene già di mio, comincio a girarmi nervoso nel letto, la mia mente comincia a viaggiare, a crearsi le sue paure, i suoi piccoli incubi, l'albergo aiuta, eccome, quei corridoi, quegli spazi grandi e vuoti, il buio. Quella che è chiamata normalmente paranoia. Sono quasi al limite, sto per uscire dal mio incubo in quella specie di dormiveglia in cui stavo vegetando, quando suona il telefono.

Il telefono? Alle tre di notte? Nessuno sa che sono qui, in questo albergo, al massimo mi chiamano al cellulare. Veloce, rispondo, al massimo della coscienza, sussurro gentile: "Sì?" — "JUICY LEMON!" — …tu…tu…tu…tu…tu…

Avrei voluto poter vedere la mia faccia. Già rovinata dai crampi dell'indigestione e dagli incubi, qualcuno mi chiama al telefono nell'albergo di Shining e mi dice con tono cattivo Juicy Lemon. Terrore. Che cosa diavolo vorrà dire Juicy Lemon?

Ho capito, mi vogliono uccidere. Mi alzo, sfatto, vado verso la porta, chiudo a chiave. Senz'altro non basta, mi dico. Il passe-par-tout. Prendo allora una di quelle poltrone grandi e la metto sotto alla maniglia della porta. Dovrei essere al sicuro. Me ne torno a letto.

Poi verso le cinque, ci siamo. Una sirena mi silura l'orecchio destro, una voce nel silenzio delle cinque di mattina urla, calma e decisa: "Ladies and gentlemen! Give me your attention please! A fire's been noticed in the hotel! Please get out of your room now and don't use the elevators!"

Ci siamo, penso, quei bastardi dei camerieri francesi, non riescono ad entrare e mi vogliono snidare. Mi alzo, mi metto un paio di jeans, una camicia — la sirena continua a rompermi i timpani — apro la porta, sicuro di trovare i francesi. Il corridoio è vuoto, nessun francese. Un tipo nella stanza davanti esce, nudo in mutande, e con una faccia non descrivibile. Ci guardiamo entrambi, senza nessuna intenzione. Mentre fisso il tipo nudo, tutto finisce. La sirena tace, la voce tace.

Me ne torno a letto. Chiudo la porta a chiave, vado verso il letto, ma manca qualcosa. La bottiglia che avevo messo sul comodino non c'è più. Ero sicuro, l'ho messa lì, mezza piena, certo. Non c'è più. I francesi. Bastardi. Un avvertimento. Terrorizzato, mi scaravento nel minibar. Cerco la bottiglia ovunque. Poi con la coda dell'occhio, mentre metto sottosopra la stanza, la vedo, sotto il letto — era caduta dal comodino, devo essermi agitato nel letto.

Niente da dire, crollo sulle lenzuola. Il resto lo sapete, se potete leggere questo. Sono vivo. E i francesi… i francesi non li ho ancora visti, stasera.